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“Riposare in se stessi“
meditazione-esplorazione
https://youtu.be/C5Tve_EUXU4?si=zD4YokV4y9Lz4CeU
Esther Hillesum, detta Etty (Middelburg, 15 gennaio 1914 – Auschwitz, 30 novembre 1943), è stata una scrittrice olandese di origine ebraica, vittima dell’Olocausto. Nel 1942, lavorando come dattilografa presso una sezione del Consiglio Ebraico, ebbe anche la possibilità di salvarsi, ma decise, forte delle sue convinzioni umane e religiose, di condividere la sorte del suo popolo. Lavorò in seguito nel campo di transito di Westerbork come assistente sociale.
I genitori e i fratelli Mischa e Jaap furono internati tutti nel campo olandese di transito di Westerbork. Il 7 settembre 1943 tutta la famiglia, tranne Jaap, fu deportata nel campo di sterminio di Auschwitz. Mentre Etty, i genitori e il fratello Mischa morirono poco tempo dopo il loro arrivo ad Auschwitz, l’altro fratello, Jaap, perse invece la vita a Lubben, in Germania, dopo la liberazione, il 17 aprile 1945, durante il viaggio di ritorno nei Paesi Bassi. La data della morte di Etty è il 30 novembre 1943.
https://it.wikipedia.org/wiki/Etty_Hillesum
(per approfondire)
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«Tutto avviene secondo un ritmo più profondo che si dovrebbe insegnare ad ascoltare: è la cosa più importante che si può imparare in questa vita.
Il silenzio può così essere strada che conduce alla profondità.
Ecco perché le grandi donne e i grandi uomini dello spirito hanno amato e vissuto il silenzio»
Etty Hillesum – Diario
Dal Diario (1941-43) di Etty Hillesum, dal Campo di concentramento di Westerbork :
*Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore. La vita è difficile ma non è grave: dobbiamo cominciare a prendere sul serio il nostro lato serio, il resto verrà da sé. Una pace futura potrà essere veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in se stesso; se ogni uomo si sarà liberato dall’odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo; se avrà superato quest’odio e l’avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore, se non è chiedere troppo. E’ l’unica soluzione possibile.
È quel pezzettino d’eternità che ci portiamo dentro.”
“Sono una persona felice e lodo questa vita, nell’anno del Signore 1942, l’ennesimo anno di guerra.
Le mie battaglie le combatto contro di me, contro i miei proprio demoni: ma combattere in mezzo a migliaia di persone impaurite, contro fanatici furiosi e gelidi che vogliono la nostra fine, no, questo non è proprio il mio genere.
Non ho paura, non so, mi sento così tranquilla. Mi sento in grado di sopportare il pezzo di storia che stiamo vivendo, senza soccombere. Mi sembra che si esageri nel temere per il nostro corpo. Lo spirito viene dimenticato, s’accartoccia e avvizzisce in qualche angolino. Viviamo in un modo sbagliato, senza dignità. Io non odio nessuno, non sono amareggiata: una volta che l’amore per tutti gli uomini comincia a svilupparsi in noi, diventa infinito.
Bene, io accetto questa nuova certezza: vogliono il nostro totale annientamento. Ora lo so: Continuo a lavorare e a vivere con la stessa convinzione e trovo la vita ugualmente ricca di significato, anche se non ho quasi più il coraggio di dirlo quando mi trovo in compagnia.
La vita e la morte, il dolore e la gioia e persecuzioni, le vesciche ai piedi e il gelsomino dietro la casa, le innumerevoli atrocità, tutto, tutto è in me come un unico, potente insieme e come tale lo accetto e comincio a capirlo sempre meglio.
Un’altra cosa ancora dopo quella mattina: la mia consapevolezza di non essere capace di odiare gli uomini malgrado il dolore e l’ingiustizia che ci sono al mondo, la coscienza che tutti questi orrori non sono come un pericolo
misterioso e lontano al di fuori di noi, ma che si trovano vicinissimi e nascono dentro di noi: e perciò sono più familiari e assai meno terrificanti. Quel che fa paura è il fatto che certi sistemi possono crescere al punto da superare gli uomini e da tenerli stretti in una morsa diabolica, gli autori come le vittime”
«Tutto avviene secondo un ritmo più profondo…che si dovrebbe insegnare ad ascoltare: è la cosa più importante che si può imparare in questa vita.
Il silenzio può così essere strada che conduce alla profondità.
Ecco perché le grandi donne e i grandi uomini dello spirito hanno amato e vissuto il silenzio»
(Etty Hillesum – Diario)
« Trovo bella la vita, e mi sento libera. I cieli si stendono dentro di me come sopra di me. Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore. La vita è difficile, ma non è grave. Dobbiamo prendere sul serio il nostro lato serio, il resto verrà allora da sé: e “lavorare sé stessi” non è proprio una forma di individualismo malaticcio.
Una pace futura potrà esser veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in sé stesso – se ogni uomo si sarà liberato dall’odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo, se avrà superato quest’odio e l’avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore se non è chiedere troppo. È l’unica soluzione possibile. E così potrei continuare per pagine e pagine. Quel pezzetto d’eternità che ci portiamo dentro può esser espresso in una parola come in dieci volumi. Sono una persona felice e lodo questa vita, la lodo proprio, nell’anno del Signore 1942, l’ennesimo anno di guerra. »
(Diario, pp. 126-127
tutto il materiale su Etty:
http://www.gianfrancobertagni.it/autori/ettyhillesum.htm
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audiolibro del Diario
https://youtu.be/nNR9q422H6g?si=tZdvbpu27aquatk-
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Lettera a due sorelle. Una magnifica lettera di Etty, l’unica pubblicata
Questa è una delle due lettere che furono pubblicate dalla resistenza olandese nel 1943. Il Dr. K. citato all’inizio è probabilmente il Dr. Herbert Kruskal, un ebreo tedesco che già viveva e lavorava in Olanda prima di essere internato a Westerbork nel 1942. Qui Kruskal lavorava nell’Ufficio
Petizioni, e sua moglie nel servizio medico del campo.
Etty aveva fatto amicizia con lui e andava regolarmente a trovarlo. Nel 1944 i Kruskal furono deportati a Bergen-Belsen, e di lì, tramite scambio, arrivarono in Palestina. Non ci sono notizie sulle «due sorelle» a cui è indirizzata la lettera.
biografia e foto
“Il mio amore ha mille anni” Lettera inedita di Etty Hillesum a Julius Spier
«Delle cose ultime, essenziali della vita e del dolore non si può parlare, la voce non ce la fa.
Io comprendo tutto di te e tutto ciò che ti riguarda io lo porto con me e ho ringraziato dinuovo Dio per il fatto che nella mia vita esista un uomo come te.Devi occuparti della tua salute; è il tuo primo sacro dovere se vuoi aiutare Dio.Un uomo come te, uno dei pochi ad essere una dimora autentica per un po’ di vita, un po’di dolore, un po’ di Dio – i più infatti hanno tradito da tempo sia la vita che il dolore e Dio,per essi sono ormai suoni vuoti – ha il sacro dovere di mantenere, nel migliore dei modi possibili, il suo corpo, la sua “dimora terrena” in buono stato, per poter offrire a Dioospitalità il più a lungo possibile.
Manca ancora molto tempo alla fine. Anch’io mi occuperò di me.
Ho così tanta forza, che tu puoi prendertela tutta e in me nasceranno nuove energie. Ti ho così infinitamente caro, la tua anima è così infinitamente cara alla mia. La mia anima di quando in quando vorrebbe giacere accanto alla tua, e questo a poco a poco non ha più nulla a che vedere col desiderio che una donna può provare per un uomo. A volte vorrei poter distendere il mio corpo nudo, così come Dio l’ha creato accanto al tuo corpo nudo, così come Dio ti ha creato, e ho soltanto la sensazione che la mia anima voglia coricarsi accanto alla tua. Se in questo periodo non si scoppia di tristezza, né dall’altro lato per autodifesa ci si indurisce e si diventa cinici o rassegnati, allora si diventa più dolci, più miti, più disperati, più comprensivi, più innamorati.
Io so come tutto questo stia accadendo dentro di te e tu mi hai portata con te sul tuo cammino, ed io vivo insieme con te la stessa strada fino alla fine.
La mia autenticità e il mio amore hanno mille anni ed ogni giorno invecchiano di mille anni. Quest’epoca, come noi la esperiamo, posso sopportarla, posso anche perdonare Dio per il fatto che vada come deve andare – il fatto è che si ha in sé tanto amore da riuscire a perdonare Dio!!
E tu devi occuparti della tua salute e riposarti e riposarti, ora io non posso star molto vicina a te – col pensiero però sono sempre vicina a te – ma promettimi che avrai sempre buona cura di te.
Poiché ti sento aprire subito le tue tendine, ora salirai presto da me? Oggi a mezzogiorno cercherò di venire ancora, mi farebbe tanto piacere».
(traduzione di Andrea Vitolo. Cit. in “Alfa Zeta”, n.10-11, 1996, p. 43
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Lettura di due lettere
.una mezz’ora al mattino “credo di poterlo fare”
Etty Hillesum (1914- Auschwitz 1943),
Etty Hillesum e la fede
Per Etty Hillesum l’esperienza della fede passa attraverso una scoperta interiore — attraverso l’introspezione, una guida e le sue letture preferite (Rilke, Dostoevskij, sant’Agostino, i Vangeli…) — della presenza e dell’azione dello Spirito, che le permette di dedicarsi totalmente alla cura delle sofferenze altrui e alla condivisione nel campo di concentramento di Westerbork (Olanda), prima della soluzione finale ad Auschwitz.
Non è una fede “confessionale” (nel senso di appartenenza a una determinata Chiesa o religione), ma non è neppure semplicemente un generico sentimento di amore.
Essa passa attraverso la scoperta di un Dio vicino, dentro di sé, da disseppellire dalle macerie in cui la società e i tempi — ma anche le proprie preoccupazioni individualistiche — lo hanno sepolto; attraverso la preghiera (la ragazza che ha imparato a inginocchiarsi); attraverso l’amore per la vita in tutte le sue manifestazioni; l’amore per gli altri; il “distendersi” e il trovare serenità nella natura; l’incapacità di odiare, persino il nemico.
Una fede “troppo umana”?
A settant’anni dalla morte, la figura di Etty si staglia come quella di una limpida testimone della potenza trasformante dello Spirito di Dio in tutti i cuori e possiede tuttora un fascino che non ha confini, specialmente tra i giovani.
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SALVARE IN NOI UN PICCOLO PEZZO DI DIO
«Preghiera della domenica mattina. Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi. Stanotte, per la prima volta, ero sveglia al buio, con gli occhi che mi bruciavano: davanti a me passavano immagini su immagini di dolore umano.
Ti prometto una cosa, Dio, soltanto una piccola cosa: cercherò di non appesantire l’oggi con i pesi delle mie preoccupazioni per il domani — ma anche questo richiede una certa esperienza. Ogni giorno ha già la sua parte.
Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me; ma, a priori, non posso promettere nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi.
L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi — e anche l’unica che veramente conti — è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini.
Sì, mio Dio, sembra che tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali, ma anch’esse fanno parte di questa vita. Io non chiamo in causa la tua responsabilità: più tardi sarai tu a dichiarare responsabili noi.
E quasi a ogni battito del mio cuore cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi.
Esistono persone che, all’ultimo momento, si preoccupano di mettere in salvo aspirapolveri, forchette e cucchiai d’argento — invece di salvare te, mio Dio. E altre persone, ormai ridotte a semplici ricettacoli di innumerevoli paure e amarezze, vogliono a tutti i costi salvare il proprio corpo. Dicono: “Me non mi prenderanno”. Dimenticano che non si può essere nelle grinfie di nessuno se si è nelle tue braccia.
Comincio a sentirmi un po’ più tranquilla, mio Dio, dopo questa conversazione con te. Discorrerò con te molto spesso, d’ora innanzi, e in questo modo ti impedirò di abbandonarmi. Con me vivrai anche tempi magri, mio Dio, tempi scarsamente alimentati dalla mia povera fiducia; ma credimi: io continuerò a lavorare per te e a esserti fedele e non ti caccerò via dal mio territorio».
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NELLE BRACCIA DI DIO
«Molte persone mi rimproverano per la mia indifferenza e passività e dicono che mi arrendo così, senza combattere. Dicono che chiunque possa sfuggire alle loro grinfie deve provare a farlo, che questo è un dovere, che devo fare qualcosa per me.
Ma questa somma non torna. In questo momento ognuno si dà da fare per salvare se stesso, ma un certo numero di persone — un numero persino molto alto — non deve partire comunque?
Il buffo è che non mi sento nelle loro grinfie, sia che io rimanga qui, sia che io venga deportata. Trovo tutti questi ragionamenti così convenzionali e primitivi e non li sopporto più. Non mi sento nelle grinfie di nessuno: mi sento soltanto nelle braccia di Dio, per dirla con enfasi.
E sia che ora mi trovi qui, a questa scrivania terribilmente cara e familiare, sia che fra un mese io sia in una nuda camera del ghetto o forse in un campo di lavoro sorvegliato dalle SS, nelle braccia di Dio credo che mi sentirò sempre.
Forse mi potranno ridurre a pezzi fisicamente, ma di più non mi potranno fare. E forse cadrò in preda alla disperazione e soffrirò privazioni che non mi sono mai potuta immaginare, neppure nelle mie più vane fantasie. Ma anche questa è poca cosa, se paragonata a un’infinita vastità, e alla fede in Dio, e alla capacità di vivere interiormente».
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C’È POSTO PER TUTTO
«La sofferenza non è al di sotto della dignità umana. Cioè: si può soffrire in modo degno o indegno dell’uomo.
Voglio dire: la maggior parte degli occidentali non capisce l’arte del dolore e così vive ossessionata da mille paure.
La vita che la gente vive adesso non è più una vera vita, fatta com’è di paura, rassegnazione, amarezza, odio, disperazione. Dio mio, tutto questo si può capire benissimo; ma se una vita simile viene tolta, viene tolto poi molto?
Si deve accettare la morte, anche quella più atroce, come parte della vita. E non viviamo ogni giorno una vita intera? Ha davvero molta importanza se viviamo qualche giorno in più o in meno?
Io sono quotidianamente in Polonia, su quelli che si possono ben chiamare campi di battaglia; talvolta mi opprime una visione di questi campi diventati verdi di veleno. Sono accanto agli affamati, ai maltrattati e ai moribondi, ogni giorno; ma sono anche vicina al gelsomino e a quel pezzo di cielo dietro la mia finestra. In una vita c’è posto per tutto: per una fede in Dio e per una misera fine»
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*Non sono i fatti che contano nella vita, conta solo ciò che grazie ai fatti si diventa”.