una animazione per illustrare la persistenza dell’illusione di un sé separato    

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Non-sé.
Insegnamento di Thay

 


Lasciare andare le idee di un sé, di un essere umano, di un essere vivente e della durata di una vita

Thich Nhat Hanh.

“Se non riuscite a lasciare andare, non potete essere liberi.
Abbandonate le vostre idee sulla nascita e sulla morte, sull’esistere e sul non esistere.
Per essere felici occorre lasciare andare ogni convinzione che procura sofferenza.
Molti di noi credono fermamente che “questo corpo è me”, ma se lasciano andare questa convinzione possono smettere all’istante di aver paura. Ancora, abbiamo l’idea che la durata della nostra vita sia di settant’anni, ma se riusciamo ad abbandonarla diventeremo immortali. Pensiamo di avere un sé separato, crediamo che la nostra felicità non sia la felicità degli altri e che quella degli altri non sia la nostra. Questo ci impedisce di essere felici.
Dobbiamo lasciare andare le idee di un sé, di un essere umano, di un essere vivente e della durata di una vita, come insegna il Buddha nel sutra Vajracchedika, il sutra del diamante che recide le illusioni. Abbandonando queste idee potremo lasciare andare qualsiasi attaccamento e saremo felici. Guardate bene nella vostra mente per capire se c’è in voi una certa idea di successo, se volete essere in un modo o in un altro, se pensate che starete bene solo quando riuscirete a sposare quella persona oppure a divorziare, se volete essere il numero uno. Si può perfino morire per idee di questo tipo! Prendete allora quell’idea di felicità, abbracciatela e osservatela in profondità. Sarete felici solo quando saprete come lasciarla andare. In conclusione, il sedicesimo esercizio è molto efficace e riguarda la pratica del lasciare andare le idee del sé e della durata della vita, condizione essenziale per essere davvero felici e stabili.”

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Rilassamento profondo-esplorazione.
questo ascolto, questo rispetto è già amore

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non-due        2video.
  “c’è la scelta, ma non c’è colui che decide “

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la gioia del “ non sapere “
portare una parola nella meditazione e nella nostra giornata

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non vai bene così come sei”   
quando perdi il sentiero a Compostela

 

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qualche anticorpo per cominciare:

Jeff Foster,Insegnante non-dual spiega perché ha lasciato la non dualità

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Alcuni video di Tony Parsons, padre di questa famiglia non-dual

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Elisa Martinelli, l’anti-Guru per eccellenza. Non fatevi distrarre dai suoi modi un po’ spicci, la visione di questa ragazza è profonda e chiara. Ha dato questi insegnamenti per un paio d’anni e poi ha smesso, cosa assai rimarchevole e rara.

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Un altro anticorpo per questo approccio che ha il vantaggio di essere molto asciutto, diretto e il grande rischio di essere ricevuto come un’altra teoria alla quale aderire.

Thich Nhat Hanh
La nuvola e la grotta
dal libro “l’altra riva”

Nelle montagne del Vietnam ci sono grotte nelle quali nidificano migliaia di uccelli. La mattina presto gli uccelli escono in volo in cerca di cibo da portare ai piccoli. A volte poi l’imboccatura della grotta viene nascosta da una nuvola di passaggio e gli uccelli non riescono a ritrovare la via di casa; solo quando la luce brillante del sole scioglie le nuvole, gli uccelli riescono a distinguere con chiarezza l’entrata della grotta e a tornare al nido.
Nella vita ci sono cose che sembrano bloccarci la strada, generando confusione e impedendoci di trovare la nostra vera casa. A farci perdere la strada non sono solo gli ostacoli e la
sofferenza: a volte ci possono fuorviare gli insegnamenti più profondi, se non li intendiamo
correttamente; perfino un sutra può bloccare il nostro percorso verso la liberazione, se non lo sappiamo “maneggiare” in modo abile. Il Sutra del Cuore è un testo profondo e importante, in grado di portarci alla sponda della liberazione, della felicità e della pace, eppure è stato fonte di molti malintesi, per oltre millecinquecento anni. Sono convinto che questi malintesi siano nati perché il patriarca che l’ha scritto ha fatto scelte di terminologia poco abili.
Sappiamo che le parole possono essere fuorvianti e che le intuizioni più profonde sulla natura della realtà vanno al di là della portata del linguaggio; nonostante questo, intere generazioni di Maestri, mossi dalla compassione, hanno fatto del loro meglio per usare parole abili per guidarci sul sentiero della liberazione. Utilizzando le parole, chi insegna sa bene che sono soltanto approssimazioni, che non possono esprimere perfettamente la realtà della comprensione risvegliata. Un buon maestro sa che per quanta cura metta nelle parole qualcuno inevitabilmente
ne resterà confuso, ma deve cercare lo stesso di fare del proprio meglio per guidare i suoi studenti
fuori dalla sofferenza.
Ho ritradotto il Sutra del Cuore, e lo presento in questo libro insieme a un commentario dettagliato, nella speranza che le parole che ho scelto per questa versione siano più chiare di quelle del testo tradizionale. Per spiegare il mio approccio vorrei condividere con voi due storie:
quella di un novizio che andò a far visita a un Maestro zen e la storia
di un monaco che pose una domanda all’eminente Maestro laico Tuệ Trung, rinomato poeta e
insegnante di Zen che era stato mentore del giovane re Trần Nhân Tông, nel Vietnam del tredicesimo secolo.

Il naso del novizio
Il maestro zen chiese al monaco novizio:
“Parlami della tua comprensione del Sutra del Cuore.”
Il novizio giunse le mani e rispose: “Ho compreso che i cinque skandha sono vuoti.3
Non ci sono occhi, né orecchie, naso, lingua, corpo, mente. Non ci sono forme, né suoni, odori, sapori,
sensazioni, oggetti mentali; le sei coscienze non esistono, i diciotto regni dei fenomeni non esistono, i dodici anelli della genesi interdipendente non esistono, persino la visione profonda e la
realizzazione non esistono.” 4
“E ci credi?”
“ Sì, certamente, ci credo.”
“ Avvicinati”, disse il maestro zen al novizio. Quando il novizio fu vicino, il maestro zen gli
prese il naso fra il pollice e l’indice e glielo strinse, torcendolo. Dolorante, il novizio gridò: “Maestro,
mi fa male!” Il maestro Zen sollevò le sopracciglia, perplesso: ”Ma se hai appena detto che il naso
non esiste! Se non c’è alcun naso, che cos’è che ti fa male?”

L’essenza del Sutra del Cuore è contenuta nella notissima frase “La forma è vuoto e il vuoto è forma”. Il Sutra del Cuore tradizionale, però, prosegue così: “Di conseguenza nel vuoto non vi è forma, né sensazioni, né percezioni, né formazioni mentali, né coscienza. Né occhio, né orecchio, né naso, né lingua, né corpo, né mente.” Che strano! Prima il sutra afferma che la forma è vuoto e il vuoto è forma, poi però sembra contraddirsi dicendo che non c’è alcuna forma, c’è solo vuoto, e che non c’è alcun corpo, non ci sono sensazioni, non ci sono percezioni e così via. Questo è un
elemento di confusione che può portare a tanti, dannosi malintesi. Potremmo tendere a pensare,
erroneamente, che nulla esista per davvero e che ogni cosa sia soltanto vacuità, considerando la
vacuità come una sorta di nichilismo. Possiamo cadere in questa trappola, se non capiamo
correttamente il Sutra del Cuore. Finché manteniamo questa formulazione tradizionale, i novizi
rischiano ancora di farsi storcere il naso.
Nel buddhismo, il nichilismo è considerata una visione estrema che può essere fonte di sofferenza. Trovandoci davanti a una polarità, a una coppia di opposti, tendiamo a essere convinti che un elemento debba essere giusto e l’altro sbagliato. Per esempio, pensiamo che o esiste tutto quanto, ogni cosa è reale, oppure non esiste nulla, nulla è reale. Sono i due estremi dell’eternalismo e del nichilismo, questi: o siamo convinti di avere un’anima eterna che continuerà
a vivere per sempre, oppure siamo convinti di essere solo un’insignificante collezione di atomi, e che quando moriremo ci estingueremo per sempre e di noi non resterà più nulla. Il Buddha invece ci insegna a evitare entrambi questi estremi di “esistenza” e “inesistenza”, di “essere” e “non
essere”. Se siamo saggi, il Sutra del Cuore può aiutarci a trovare la via di mezzo fra questi due estremi.
Ora proseguiamo con la seconda storia.

Hai un corpo?
Un giorno un bhikṣu, un monaco pienamente ordinato, andò a far visita all’eminente Maestro Tuệ
Trung per interrogarlo sul Sutra del Cuore:
“Rispettabile ed eminente Maestro, che cosa significa realmente la frase “la forma è vuoto, il vuoto è forma”?
Dapprima l’eminente Maestro restò in silenzio. Poi, dopo un po’, chiese: “Bhikṣu, tu hai un corpo?”
“Sì.”
“E allora, perché dici che il corpo è il vuoto?”
L’eminente Maestro poi indicò una zona vuota della stanza e chiese: “Vedi un corpo in quello spazio vuoto laggiù?”
“No, non lo vedo.”
“Allora perché dici che il vuoto è il corpo?”
Il bhikṣu si alzò, si inchinò e se ne andò.5 Il Maestro però lo richiamò indietro, per recitargli la strofa che segue:
“La forma è il vuoto, il vuoto è forma” è un mezzo abile creato temporaneamente dai Buddha dei tre tempi.6
Il vuoto non è forma, la forma non è il vuoto:
la loro natura è sempre pura e illuminante,
e non è preda dell’“essere” o “non essere”.

In questa storia l’eminente Maestro Tuệ Trung contraddice il Sutra del Cuore e mette in discussione la sacra formula “ la forma è vuoto e il vuoto è forma”, considerata inviolabile nella letteratura della Prajñāpāramitā .
Ritengo che l’Eminente Maestro si sia spinto troppo in là. La difficoltà del monaco non era generata dalla frase “la forma è vuoto, il vuoto è forma” ma piuttosto dalla formulazione non abile dei versi che dicono: “Di conseguenza nel vuoto non vi è forma, né sensazioni, né percezioni, né formazioni mentali, né coscienza….”
Le parole del Sutra del Cuore tramandato dalla tradizione sono perfette dall’inizio fino al verso
che dice: “né nascita né morte, né impurità né purezza, né crescita né decrescita.” È un peccato che il Patriarca che ha scritto il Sutra del Cuore, subito dopo “né nascita né morte” non abbia aggiunto le quattro parole “né essere né non essere”: questo ci avrebbe aiutato a trascendere le nozioni di esistenza e inesistenza, evitandoci di cadere preda di idee come “né occhi, né orecchi, né naso, né lingua…”
C’è una strofa molto concreta di Shenxiu, studente anziano di Daman Hongren, il Quinto Patriarca del buddhismo zen in Cina, che dice:

Il nostro corpo è un albero della Bodhi.
La nostra mente è uno specchio limpido.
Dobbiamo pulire lo specchio ogni giorno
così che la polvere non vi si possa depositare.

È famosa la risposta a questa strofa che scrisse il Sesto Patriarca Huineng, anche se è a sua
volta intrappolata nelle nozioni di esistenza e inesistenza:

Non c’è mai stato un albero della Bodhi,
né uno specchio limpido.
Fin dai tempi antichi
nulla è mai esistito realmente, dunque dove potrebbe mai depositarsi la polvere?

Proprio come una nuvola passeggera può nascondere l’imboccatura di una grotta e impedire agli uccelli di ritrovare la via di casa, così la formulazione tradizionale del Sutra del Cuore ne ha oscurato il vero significato, generando infiniti fraintendimenti riguardo all’esistenza o all’inesistenza dei fenomeni e portando fuori strada intere generazioni.

Un nuovo Sutra del Cuore
Il più profondo degli insegnamenti della Prajñāpāramitā è quello della vacuità del sé (adhyātmaśūnyatā) e della vacuità di tutti i fenomeni (sarvadharmaśūnyatā), non della loro inesistenza, del loro non esserci.8
Ecco perché in questa nuova traduzione ho scelto parole diverse da quelle che si trovano sia nelle varie versioni sanscrite sia nella versione cinese di Xuanzang. Invece di dire “Questo è il motivo per cui nel vuoto non vi è forma, né sensazioni, né percezioni, né formazioni mentali né coscienza”, ho formulato il passaggio come segue: “Questo è il motivo per cui nel vuoto il corpo, le sensazioni, le percezioni, le formazioni mentali e la coscienza non sono entità con un sé separato.”
Tutti i fenomeni sono prodotti dalla reciproca genesi interdipendente e non hanno un “sé” separato.
È questo il punto focale dell’insegnamento della Prajñāpāramitā: non possono esistere per conto proprio, devono per forza inter-esistere. Dunque è più utile usare la definizione “entità
prive di un sé separato”. Perfino la visione profonda e la realizzazione sono entità prive di un sé separato. Questa nuova formulazione, “entità prive di un sé separato”, è importante quanto la formula “la forma è vuoto e il vuoto è forma.”
È necessaria, questa riformulazione, perché dire “nel vuoto non c’è forma, non ci sono
sensazioni né formazioni mentali né coscienza…” non si accorda con la verità di fondo o assoluta.
10 “Vacuità” significa solo la natura vuota del sé, non la sua inesistenza, proprio come il fatto che un pallone sia vuoto dentro non significa che non esista. Noi siamo vuoti (privi) di un sé separato, ma non possiamo certo dire di non avere il naso. Certo che abbiamo un naso; certo che
abbiamo un corpo; certo che ci siamo. Lo stesso vale quando diciamo “tutti i fenomeni portano il
marchio del vuoto”: questa frase afferma la vacuità di tutti i fenomeni, non la loro inesistenza. È come un fiore, che è fatto solo di elementi di non-fiore: il fiore è “vuoto” di un’esistenza separata, ma questo non significa che non esista.
La visione profonda su cui si basa la Prajñāpāramitā è quella della verità assoluta che trascende tutte le verità convenzionali. È l’intuizione più alta del buddhismo. Ogni passaggio del Canone buddhista, perfino dell’impressionante letteratura della Prajñāpāramitā, che non rifletta lo spirito di questa intuizione si colloca ancora nella sfera della verità relativa, convenzionale; non si può dire che rifletta la verità assoluta, trascendente.
La visione profonda della Prajñāpāramitā ci aiuta a trascendere tutte le coppie di opposti quali nascita e morte, esistenza e inesistenza, impurità e purezza, crescita e decrescita, soggetto e oggetto, e ci aiuta a entrare in contatto con la vera natura di non nascita e non morte, non esistenza e non inesistenza, insomma con la vera natura di tutti i fenomeni. È uno stato di tranquillità, pace e assenza di paura di cui si può fare esperienza già in questa vita, con questo corpo, con i nostri cinque skandha. È il nirvāṇa. Proprio come gli uccelli godono del cielo e il cervo gode del prato, così il saggio ama dimorare nel nirvāṇa – è una bellissima frase tratta dal capitolo sul nirvāṇa del Dharmapada Cinese.
L’insegnamento sulla né esistenza né inesistenza si accompagna sempre all’insegnamento
sulla non nascita e non morte. Per questa ragione ho aggiunto “non essere, non non-essere” alla
serie di negazioni del testo. Il profondo insegnamento del Buddha del non essere e non non-essere è riportato nel sutra di Kātyāyana, dove il Buddha dà una definizione della “retta visione”.
Queste quattro parole, “non essere, non non-essere” – né esistenza né inesistenza – aiuteranno le
generazioni future a evitare di patire una strizzata di naso.
Il Sutra del Cuore è apparso nel periodo più tardo della fioritura della letteratura Mahāyāna,
forse addirittura nel quinto o sesto secolo d.C.14 Circa nello stesso periodo stava acquistando forza
il tantrismo, e i praticanti della Scuola tantrica cominciavano a fare più affidamento a elementi di
magia, introducendo molti mantra e mudrā come aiuti per raggiungere l’illuminazione.15 16
Il Patriarca che compilò il Sutra del Cuore desiderava servirsi di un mezzo abile per incoraggiare i
seguaci del buddhismo tantrico a praticare e recitare il Sutra del Cuore, che contiene gli
insegnamenti più profondi del buddhismo, per questo lo presentò anche sotto forma di mantra.

Un nuovo titolo per il Sutra del Cuore
I titolo usato comunemente, Sutra del Cuore, è una traduzione abbreviata del titolo sanscrito
Prajñāpāramitā-hṛdaya-sūtram. Pāram significa “l’altra riva”, ita significa “andato” e prajñā vuol
dire “visione profonda”.17 Hṛdaya significa “cuore” o “essenza” e sūtra è una “scrittura”, un testo di
insegnamento spirituale.
Per questa nuova traduzione ho usato la frase La comprensione profonda che ci conduce
all’altra riva perche il mantra finale contiene anche l’espressione pāragate che significa “che ha
raggiunto l’altra riva”. Il Sutta Nipāta, uno dei testi buddhisti più antichi, composto svariati secoli
prima del Sutra del Cuore, contiene già un capitolo che si intitola Pārāyana, che significa
“attraversare [il fiume] fino all’altra riva”.
Spero che amiate praticare e cantare questa nuova versione del Sutra del Cuore.

NOTE:
3 Skandha : “aggregati”, per la tradizione componenti essenziali dell’insieme psicofisico umano:
corpo, sensazioni, percezioni, formazioni mentali e coscienza. (NdT)
4 Elenca gli insegnamenti essenziali del Buddha. (NdT)
5 Il dialogo si chiarisce sapendo che in sanscrito rūpa significa sia “forma” sia “corpo”. (NdT)
6 Passato, presente e futuro. (NdT)

14 Gli studiosi non siano ancora riusciti a raggiungere il consenso attorno alle ipotesi su quando e dove sia stata scritto il Sutra del Cuore, comunque lo si considera il compendio di un importante corpus di testi in sanscrito noti complessivamente come “letteratura della Prajñāpāramitā”. Questa ha avuto inizio molto probabilmente con la Prajñāpāramitā in 8.000 versi e con il “Discorso sul tesoro delle virtù preziose”
(Ratnaguṇasaṃcayagāthā), composto fra il I secolo a.C. e il I d.C., ed è proseguita con la Prajñāpāramitā in
25.000 e in 100.000 versi. Fra il II e il IV secolo d.C. , prima della versione in 100.000 versi, era già stato scritto il Sutra del Diamante (Vajracchedika sutra) una testo in un certo senso più accessibile da studiare e praticare. Il Sutra del Cuore arrivò più tardi ed è ancora più conciso del Sutra del Diamante.
15 La Scuola Mantrayāna [“Veicolo dei mantra”] esisteva già dal IV secolo d.C. circa; dopo il 750 fu
definitivamente sistematizzata col nome di Vajrayāna [“Veicolo adamantino”].
16 Mantra (“strumento della mente”): formula più o meno estesa, da una sillaba in su, da ripetere
durante la pratica meditativa con specifiche funzioni. Mudrā (“sigillo”): posizioni delle mani e delle braccia,
con significati evocativi, che favoriscono il corrispondente orientamento mentale durante la meditazione.
(NdT)

18 Il 21 agosto 2014, intorno alle tre di notte, avevo appena concluso la traduzione quando un raggio di
luna è entrato nella mia stanza.
17 o “intuizione profonda”, o “saggezza non discorsiva”. (NdT)